Forse non c’è nulla di più familiare all’essere umano di un volto umano. Lo incontriamo prima ancora di conoscerne il nome. Impariamo a leggere in un volto l’umore, la stanchezza, l’inquietudine, la gioia. Riconosciamo le persone care nella penombra, tra la folla, da lontano, a volte dal solo profilo. Eppure, per quanto possiamo guardarlo, il volto rimane uno dei più grandi misteri.
C’è qualcosa, in un volto, che non si lascia spiegare dalle proporzioni. Qualcosa che nasce da un movimento della testa, da un leggero socchiudersi degli occhi, da uno sguardo che si abbassa, da un istante di immobilità. Gli stessi occhi possono appartenere, al mattino, a una persona completamente diversa da quella che incontriamo la sera. Il volto è sempre in movimento, cambia, scompare e ricompare.
In questo nuovo, 13° Praticum, torniamo a rivolgerci all’essere umano. Là dove, tra una linea e una macchia, tra luce e ombra, tra il caso e l’intenzione, comincia ad affiorare qualcosa di vivo.
Per sette settimane guarderemo senza fretta. Proveremo, sbaglieremo, torneremo sui nostri passi, ci stupiremo. Cercheremo il carattere nel movimento della testa, l’umore in un gesto appena percettibile, la vita nella pausa tra un tratto e l’altro. Cercheremo ciò che non si lascia afferrare, ciò che fa sì che un volto smetta di essere semplicemente un volto e diventi, per noi, vivo.
E poi, forse, ci accorgeremo che per tutto questo tempo non stavamo guardando soltanto un’altra persona.
Ma anche noi stessi.